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This book examines how Italian Americans have been represented in cinema, from the depiction of Italian migration in New Orleans in the 1890s (Vendetta) to the transition from first- to second-generation immigrants (Ask the Dust), and from the establishment of the stereotype of the Italian American gangster (Little Caesar, Scarface) to its re-definition (Mean Streets), along with a peculiar depiction of Italian American masculinity (Marty, Raging Bull). For many years, Italian migration studies in the United States have commented on the way cinema contributed to the creation of an identifiable Italian American identity. More recently, scholars have recognized the existence of a more nuanced plurality of Italian American identities that reflects social and historical elements, class backgrounds, and the relationship with other ethnic minorities. The second part of the book challenges the most common stereotypes of Italian Americanness: food (BigNight) and Mafia, deconstructing the criminal tropes that have contributed to shaping the perception of Italian-American mafiosi in The Funeral, Goodfellas, Donnie Brasco, and the first two chapters of the Godfather trilogy. At the crossroads of the fields of Italian Culture, Italian American Culture, Film Studies, and Migration Studies, Italian Americans in Film is written not only for undergraduate and graduate students but also for scholars who teach courses on Italian American Cinema and Visual Culture.
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Le Rappresentazioni del Miracolo Economico Nella Cultura Italiana Degli Anni Cinquanta E Sessanta
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Cinquant’anni sono un segmento di tempo ragionevolmente collaudato per guardare indietro, nel tempo, senza il pericolo della nostalgia e senza il rischio di enfasi. Cinquant’anni ci separano dagli avvenimenti che gli autori di questo libro prendono in esame: il Sessantanove e poi, a ritroso, i fatti dell’anno precedente e quelli ancora prima, quando l’Italia si trova immersa dentro le trasformazioni della modernità. Nostalgia ed enfasi sono atteggiamenti nocivi allo sguardo dello studioso: la prima indulge verso un compiacimento emotivo che può finire nella retorica del come eravamo..., la seconda corre il pericolo di amplificare i dati, ingigantire gli esiti, falsificare la percezione. Entrambi i rischi si corrono quando si analizza un periodo felice e lo si mette soprattutto a confronto con un presente di minore spessore. Ma è un rischio da cui non sono stati toccati gli autori dei saggi radunati in questo volume. In nessuna pagina si avverte il sospetto del compiacimento e nemmeno l’ombra di una malinconica retrospettiva. Semmai è forte il tentativo di ricostruire un’epoca che ha i contorni del mito: ricostruirla settore per settore, dalla letteratura al cinema, dalla pubblicità alla comunicazione aziendale, dalla musica alla televisione, confermando una scelta di metodo che privilegia la dimensione politecnica del libro, il suo essere punto di convergenza di indagini sviluppate su forme e linguaggi diversi.
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Cinquant’anni sono un segmento di tempo ragionevolmente collaudato per guardare indietro, nel tempo, senza il pericolo della nostalgia e senza il rischio di enfasi. Cinquant’anni ci separano dagli avvenimenti che gli autori di questo libro prendono in esame: il Sessantanove e poi, a ritroso, i fatti dell’anno precedente e quelli ancora prima, quando l’Italia si trova immersa dentro le trasformazioni della modernità. Nostalgia ed enfasi sono atteggiamenti nocivi allo sguardo dello studioso: la prima indulge verso un compiacimento emotivo che può finire nella retorica del come eravamo..., la seconda corre il pericolo di amplificare i dati, ingigantire gli esiti, falsificare la percezione. Entrambi i rischi si corrono quando si analizza un periodo felice e lo si mette soprattutto a confronto con un presente di minore spessore. Ma è un rischio da cui non sono stati toccati gli autori dei saggi radunati in questo volume. In nessuna pagina si avverte il sospetto del compiacimento e nemmeno l’ombra di una malinconica retrospettiva. Semmai è forte il tentativo di ricostruire un’epoca che ha i contorni del mito: ricostruirla settore per settore, dalla letteratura al cinema, dalla pubblicità alla comunicazione aziendale, dalla musica alla televisione, confermando una scelta di metodo che privilegia la dimensione politecnica del libro, il suo essere punto di convergenza di indagini sviluppate su forme e linguaggi diversi.